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Giorgio si trovava ad un bivio. E doveva scegliere. Maledizione a questo stranissimo concetto del “terzium non datur” o “del terzo escluso”, come dicono i filosofi! Uno dei principi innati, secondo Tommaso d’Aquino, che – assieme a quello di “non contraddizione” (che poi gli somiglia) – ti rende impossibile la vita! Ma qui non si trattava di filosofia. Giorgio doveva prendere una decisione. E doveva farlo solo tra due opposte, maledettamente diverse, possibilità. Non c’era un’altra via? Una scelta “nel mezzo”? In fondo, il “giusto mezzo”, il “non troppo né troppo poco” è un concetto che appartiene alla storia dell’umanità! E i politici ne sanno qualcosa! Comprendeva fin troppo bene che la “terza via” possibile era solo quella di non scegliere, di restare sospeso tra l’una e l’altra decisione, entrambe possibili, entrambe affardellate di conseguenze sia positive che negative, di pesi da portare, di spiegazioni da fornire, di persone da ascoltare, di ragioni da darsi e da dare… Le due vie, una volta scelta quale percorrere e quale abbandonare, comportavano mutamenti della propria vita e di altre vite. Un bivio… sì… come una biforcazione nel cammino: sentiero di destra o quello di sinistra? Non era così semplice, certo, anche perché in questo era come dover scegliere tra montagna e mare, tra bianco e nero, tra dolce e amaro. Già, dolce e amaro. In realtà in ognuna delle due possibilità opposte si potevano intravvedere o, meglio, prevedere aspetti dolci e bocconi amari. Una di queste due, tuttavia, appariva forse un po’ più dolce o meno amara, dipendeva anche dagli sviluppi. Ma gli sviluppi dipendevano dalla decisione. E la decisione era ancora da prendere. “Va dove ti porta il cuore”! Gli risuonava nella mente il titolo di quel libro un po’ adolescenziale che risolveva il drammatico problema della scelta in modo emotivo, suggestivo, affascinante, addirittura entusiasmante! “Va dove ti porta il cuore”… Il problema è che entrambi i sentieri, una volta intrapresi, presentavano una serie di fosse ai lati, ora erbosi ora arsi: erano le fosse in cui sarebbe stato necessario seppellire il cuore proprio o di altre persone drammaticamente coinvolte nella decisione. Giorgio sapeva bene che il cuore non può comandare di andare là dove si seppelliscono altri cuori. Anche se, in fondo: mors tua vita mea! Ma la cosa lo ripugnava. In fondo non aveva mai ragionato così… Però non si era mai neanche trovato a dover prendere decisioni così nette, sofferenti! E dunque? Come scegliere? Cosa scegliere? La terza via si riaffacciò come ragionevole o quanto meno “plausibile”, sebbene un po’ complicata e sicuramente non scevra di insidie: incamminarsi solo per qualche passo su una delle due strade, per poi – al momento buono e al punto giusto, non troppo distante (altrimenti sarebbe stato impossibile) – saltare sull’altra! Per riprendersi con impeto e gioia tutto quanto avrebbe perso nei pochi metri (e giorni) impegnati nel percorrere il sentiero diverso. Facile, no? Solo che ora si doveva scegliere comunque quale sentiero cominciare a percorrere e, nella finzione, comunque dover spiegare, argomentare, ascoltare, giustificare… solo agli altri, però! Perché “nel cuore” Giorgio avrebbe avuto la consapevolezza della sua finzione. Ed una volta “saltato” il fosso tra i sentieri, buttandosi sull’altra via? Avrebbe dovuto nuovamente spiegare, argomentare, ascoltare, giustificare... oltre che agli altri, anche a se stesso. Perché la bontà di una scelta non è provvisoria, non dipende dalla giornata di tempo soleggiato o piovoso. Inoltre, il problema delle fosse ai lati dei sentieri, nelle quali seppellire i cuori di qualcuno, non era risolto. Certo, in questo modo la scelta sarebbe stata in un certo senso salomonica: qualche cuore sepolto di qua e qualche cuore sepolto di là, con la speranza che – almeno nel sentiero fintamente intrapreso – alcuni di quei cuori potessero uscire dalla terra ancora fresca e tornare a vivere, nonostante avrebbero per sempre trattenuto nella memoria l’esperienza della sepoltura e della morte. Si affacciava ancora un problema, non di secondaria importanza: la fine del proprio cuore. La terza via non si cura, per programma definito, del cuore di chi sceglie. Nella scelta tra due possibilità, è vero, una delle due potrebbe anche portare ad una lenta morte del proprio cuore, ma almeno è una scelta, è qualcosa di previsto e si può tentare di affrontare il percorso attrezzati per il lungo viaggio e fare in modo che il cuore non cada nelle fosse scavate ai lati; mentre dovendo intraprendere un sentiero – diciamo verso la fredda e innevata montagna -, sapendo già di volerlo lasciare con un agile salto per buttarsi su quello che porta ad un soleggiato mare, non ci si può portare troppa attrezzatura, al massimo quelle cose indispensabili per rendere efficace la finzione. Insomma, si sarebbe trattato di partire per la montagna portandosi appresso qualcosa per il freddo… ma anche tutto l’occorrente per il caldo clima marino! E che salto si può fare in questo modo? Come ci arriva, in altre parole, il nostro cuore, sull’altra strada? Ed è ancora lo stesso cuore? Per quanto possa essere breve, la strada sia pur fintamente intrapresa, va percorsa per un certo spazio e per un tempo accettabile… ed in questo sia pur breve cammino il cuore si è già adattato – per forza, per natura – a quel sentiero. Quando si salterà sull’altro sentiero, sarà ancora lo stesso cuore? Saprà adattarsi alle novità del nuovo percorso? E poi, una volta operato il salto, che ce ne facciamo dell’attrezzatura da montagna? La gettiamo in una delle fosse del sentiero che porta al mare? E già… anche la nostra personale attrezzatura, in un modo o in un altro, o perché la si deve lasciare o perché ce ne dobbiamo disfare, è destinata all’oblìo. Quanti dubbi e che angosce! Giorgio prese a caso un vecchio libro che teneva nella sua biblioteca da quando era studente. “Critone”, di Platone. Ancora la filosofia! Come se qualcuno gli consigliasse ostinatamente l’uso di ragione. Se lo ricordava vagamente… Socrate era in prigione, uno o due giorni prima della sua condanna a morte e Critone, un suo amico, lo va a prendere per farlo fuggire. Aveva, quel discepolo e amico, trovato la “terza via”, corrompendo le guardie e, forse, anche i giudici. Socrate però, non volle fuggire… Fedele com’era ai suoi principi. Lo aveva sempre considerato un po’ scemo, da ragazzo. Va bene la coerenza fino in fondo, va bene l’immagine di persona seria, saggia, incorruttibile. Ma morire e per di più condannati ingiustamente! Aprì il breve testo e si imbatté nell’affermazione potente, stupefacente, di Socrate: “Non si risponde all’ingiustizia con un’altra ingiustizia”. E ancora: “Preferisco subire un ingiustizia, piuttosto che commetterla”. Questo diceva Socrate. Era di un semplicità sconvolgente. Socrate era rimasto in carcere e qualche ora dopo avrebbe sorbito la cicuta che lo avrebbe portato alla morte… per paralisi del corpo e del cuore. Socrate aveva deciso di congelare il cuore, fino alla morte, pur di non abbandonare la ragione e la giustizia. Giorgio scagliò il libro a terra, con violenza. La sua ragione, l’unica ad avere un vero diritto di prelazione sulle scelte importanti della vita, rifiutava con tutte le sue forze la sofferenza, figuriamoci la morte, per paralisi, del cuore! Quella notte Giorgio non riuscì a dormire. Ed anche le notti successive. Continuava a cercare la terza via. |